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PSICOLOGIA,
PEDAGOGIA E DIDATTICA
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NOME - L'IMPORTANZA DEL NOME
di Stefania Bigi
Leggere per arricchire il lessico
“Credo che tutto ha avuto
inizio con… una persona di nome… […].
Beh, preferisco non nominarlo, se posso. Tutti preferiscono, tutti. […]
Il suo nome era…”. Hagrid prese fiato ma non gli uscì una parola di bocca.
“Puoi scriverlo?”. “No, non so scriverlo.
E va bene: Voldemort, ma non farmelo ripetere”.
(Rowling J. K., Harry Potter e la pietra
filosofale) (1)
Dare un nome alle cose: ecco
come inizia il percorso verso la conoscenza.
Il nome è identità. La prima cosa che fa una coppia quando scopre di essere in
attesa di un bambino è cercare un nome da dargli. Il nome è così importante
che esistono manuali con elenchi di nomi, con tanto di significato, derivazione
e dati caratteriali riferibili ad esso. Dare un nome ad un individuo significa
dargli un’identità, distinguerlo da tutti gli altri, attribuirgli
caratteristiche e qualità che lo rendano unico e irripetibile, diverso da tutti
gli altri. Quando questa individuazione diventa ancora più marcata, questa
persona acquisisce addirittura un soprannome, un appellativo ancora più unico e
distintivo, per evitare confusioni e omonimie.
Il nome è così importante nell’individuazione di un essere che viene
attribuito anche agli animali, quando questi diventano oggetto d’affezione.
Nel bellissimo film “A colazione da Tiffany”, la protagonista tiene
in casa un gatto, gli offre riparo, cibo, cura e affetto, ma si rifiuta di
dargli un nome: non sa se resterà in quel luogo a lungo, non vuole legarsi all’animale,
vuole lasciarlo indistinto, libero di crearsi nuove vite, nuove identità. Ma
quell’animale, finché resta solo “gatto” non è nessuno, tant’è che la
donna lo abbandona gettandolo per strada sotto una pioggia battente. Solo quando
lei capisce che quello è il suo gatto, con le sue caratteristiche, la sua
storia, i suoi limiti e i suoi pregi, i suoi legami, torna a cercarlo e gli dona
un’identità.
“Non si conoscono che le cose che si addomesticano […]Va’ a rivedere
le rose. Capirai che la tua è unica al mondo”, disse la volpe al piccolo
Principe di A. De Saint-Exupéry(1).
Dare un nome alle cose, conoscerle significa padroneggiarle con il pensiero.
Secondo J. Piaget(2),
“il pensiero precede il linguaggio”: quando il pensiero del bambino
possiede un concetto, un simbolo, allora è in grado di parlarne. Secondo questo
punto di vista, è necessario attendere che il livello di maturazione cognitiva
del bambino sia adeguato, prima di presentargli un nuovo concetto e tutta la
terminologia ad esso relativa.
Di tutt’altro avviso è lo studioso russo L.S. Vygotskij(3),
che sostiene che il processo sia inverso: grazie al linguaggio, che si sviluppa
nell’interazione con l’altro-da-sé, il bambino conosce, nomina e quindi
arriva a pensare. Le teorie di Vygotskij sono state approfondite notevolmente in
questi ultimi decenni e diversi studi hanno mostrato che quanto più un soggetto
viene posto in condizione di interagire con altri ed entrare in contatto con
parole e concetti, anche superiori al suo livello di sviluppo cognitivo attuale,
tanto più il suo pensiero si evolve: il linguaggio, perciò, precede il
pensiero e ne favorisce l’evoluzione.
Il linguaggio si sviluppa e si arricchisce non solo attraverso l’interazione
con il gruppo dei pari o con l’adulto-mediatore di conoscenza -vedi i numerosi
studi sul conflitto cognitivo, ad esempio di C. Pontecorvo(4)-
, ma anche attraverso il contatto con la lingua scritta.
La lingua scritta presenta caratteristiche peculiari che la distinguono dal
linguaggio orale.
Innanzitutto è costruita, pensata, non immediata: il pensiero non fluisce in
modo spontaneo, attraverso connessioni estemporanee nate dall’interazione tra
gli interlocutori, ma è meditato, ordinato, costruito attraverso una “scaletta
di argomenti”, una struttura ben precisa.
In secondo luogo, nel messaggio scritto manca la condivisione del contesto,
perciò l’emittente non può permettersi di sfruttare gli aspetti prosodici
del linguaggio, né l’insieme delle conoscenze condivise tra gli
interlocutori.
In terzo luogo la scelta delle parole è più ponderata: non avendo un feedback
dal destinatario del messaggio, lo scrittore deve andare alla ricerca della
chiarezza e dell’appropriatezza nella scelta linguistica.
È proprio questa scelta accurata delle parole che può trasformare il libro in
un potente mezzo di arricchimento lessicale per il bambino.
Un buon libro per bambini dev’essere ricco di parole. Il bambino, leggendo o
ascoltando una storia, deve entrare in contatto con termini nuovi, appropriati
al contenuto del testo, non banali. Un libro troppo semplice, che contenga un
numero limitato di vocaboli, che giochi solo sui termini già noti alla maggior
parte dei bambini, potrà certamente far trascorrere momenti piacevoli di
lettura, ma non servirà ad arricchire il loro “vocabolario” personale.
Purtroppo il mondo della letteratura infantile è ricchissimo di testi di questo
tipo: storie banali, povere, dove tutto si risolve in frasi nucleari costruite
con l’utilizzo di una ristretta gamma di sostantivi, aggettivi e azioni, dove
la giornata è sempre “bella”, il cielo “sereno”, il protagonista “buono”
e l’antagonista “cattivo”…. Entrando in contatto con un numero ristretto
di parole, il pensiero del bambino resterà povero.
Lo studioso americano B. Bernstein(5),
analizzando le cause dell’insuccesso scolastico e nel mondo del lavoro, ha
scoperto che i bambini e gli adulti che possiedono un codice linguistico
ristretto, cioè conoscono pochi vocaboli, hanno una capacità di pensiero
ridotta, una comunicazione scarsa e poco chiara, incontrano difficoltà nel
comprendere, padroneggiare, comunicare le proprie esperienze, i sentimenti, le
emozioni. La loro comunicazione è tutta improntata sul qui e ora, sul racconto
di ciò che si è fatto, visto, mangiato. Non c’è analisi, non c’è
riflessione, non c’è progettualità. Viceversa, i bambini e gli adulti con un
codice linguistico allargato, elaborano le esperienze vissute, sono in grado di
compiere processi mentali di astrazione, generalizzazione, ipotesi, sono capaci
di fare progetti, sognare obiettivi raggiungibili, approfondire argomenti…,
insomma, hanno più successo a scuola, sul lavoro, nella vita.
Dare un nome alle cose per poterle pensare. Pensare alle cose per conoscerle.
Conoscere per padroneggiare.
Più un buon libro arricchisce il vocabolario personale del bambino, più lo
rende in grado di pensare e approfondire le sue conoscenze. Un termine nuovo
fornisce un concetto nuovo. Poiché ogni concetto è legato ad altri,
impadronendosi di un nuovo termine il bambino diventa capace di creare nuovi
collegamenti e nuovi apprendimenti.
Chiediamo ad un bambino che cosa succede in inverno: quasi sicuramente
risponderà: “Nevica”, anche se vive in una zona dove non nevica quasi mai
e, quando succede, il tutto si risolve in una spruzzatina che si scioglie nell’arco
di una giornata. Se gli chiediamo che cos’altro può capitare, difficilmente
saprà risponderci: in tutti i film, cartoni animati, libri per bambini, se è
inverno, nevica. Se, però, il bambino entrerà in contatto con un buon libro
che rompe il topos “inverno uguale neve” e gli mostra un campo dopo una
gelata, con i fili d’erba, gli arbusti, le siepi e gli alberi ricoperti di
galaverna, con le linee intrecciate delle ragnatele decorate da lucenti
cristalli di brina, allora egli sarà in grado di guardare le fredde giornate
invernali con occhi più consapevoli, saprà pensare la galaverna, parlare di
essa, stupirsi di fronte ai suoi pizzi e merletti, insomma, la sua esperienza
sarà più ricca e la sua capacità di pensiero sarà maggiore.
Dare un nome alle cose per pensarle, conoscerle, padroneggiarle. Padroneggiare
la cose per non averne paura.
Ciò che non si conosce spaventa. Lo scricchiolio del legno dei mobili nel buio
della camera da letto non terrorizza più il bambino che ne conosce la causa e
la provenienza. Quell’essere lucido e nero, con due fari gialli che brillano
nel buio, con i denti aguzzi, con quel suono stridulo, acuto, con gli artigli
ricurvi e appuntiti, sarà molto meno pericoloso quando il bambino gli avrà
dato il nome di “gattino” e, in quanto tale, l’avrà riconosciuto come
piccolo felino domestico ricoperto di morbido pelo liscio, con occhi che vedono
anche in condizioni di poca luce….
Anche le emozioni sperimentate dal bambino senza che egli sappia dar loro un
nome possono spaventare: “perché mi batte forte il cuore, respiro più
velocemente, la mia faccia è tutta rossa, vorrei spaccare tutto? Oddio, mi
sento male… oppure sono solo arrabbiato?”. Conoscere la rabbia, la gelosia,
l’invidia… significa riconoscerle su di sé e sull’altro, tenerle sotto
controllo, canalizzarle in manifestazioni socialmente accettabili, affrontarle,
senza esserne sopraffatti. Uno strumento perfetto per accostare il bambino al
vastissimo mondo dei sentimenti e delle emozioni è la lettura delle fiabe: la
proiezione in un mondo-altro, in personaggi inventati e lontani dalla realtà,
permette di avvicinarsi anche ai sentimenti più negativi con l’adeguato
distacco, per conoscere senza correre pericoli reali.
In conclusione, la lettura, fin dalla prima infanzia, aiuta il bambino ad
arricchire il suo lessico, a dare un nome alle cose, alle persone, alle
emozioni, ai sentimenti. Denominare le cose spinge il bambino ad attribuire loro
caratteristiche e qualità, ad approfondire le sue nozioni su di esse.
Accrescere la conoscenza consente al bambino di “passare dal suo livello di
sviluppo attuale al suo livello di sviluppo potenziale” (Vygotskij), di
parlare, riflettere, comunicare, interrogarsi, di sviluppare interessi e
curiosità che può approfondire. Conoscere permette al bambino di gestire,
controllare, utilizzare i concetti per costruire nuovi concetti, padroneggiarlie
non avere paura.
Ron trattenne il fiato.
“Che cosa c’è?”
“Hai pronunciato il nome di Tu-Sai-Chi!” disse Ron con l’aria sconvolta e
colpita a un tempo. “Averi creduto che proprio tu, fra tutti…”
“Non sto cercando di fare il coraggioso o cose del genere, pronunciando quel
nome” rispose Harry. “Il fatto è che io, semplicemente, non sapevo che non
si dovesse fare” […]
“Signore?” disse Harry. “Stavo pensando… Ehm, anche se la Pietra non c’è
più, Vol… voglio dire, Lei-Sa-Chi…”
“Chiamalo pure Voldemort, Harry. Bisogna sempre chiamare le cose con il loro
nome. La paura del nome non fa che aumentare la paura della cosa stessa”(J. K.
Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale(6)).
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(1)
A. De Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, Tascabili Bompiani, Milano,
1995.
(2)
J. Piaget, La psychologie de l’enfant, Presses Universitaires de
France, Paris, 1966
(3)
L.S. Vygotskij, Pensiero e linguaggio, Biblioteca Universale Laterza,Bari,
1990.
(4)
C. Pontecorvo (a cura di), La condivisione della conoscenza, La Nuova
Italia, Firenze, 1993.
(5)
B. Bernstein, Elaborated and restricted codes, in A.G. Smith (a cura
di), Communication and culture, Holt, Rinehart & Winston, New York,
1966.
(6)
J. K. Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale, Salani Editore,
Firenze, 1998
23 gennaio 2008
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