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SONO ARRIVATI I LIBRI DI FRILLI, UNA NOVITA' PER I PIU' PICCOLI

 

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Sabato 3 luglio Stefania è stata ospite del Festival Letterario del Frignano.

Mercoledì 2 giugno Stefania è stata ospite del Centro Didattico Cantonale di Bellinzona dove ha proposto un laboratorio didattico di animazione dei suoi libri di “Alice” rivolta ai docenti.

 

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- 10 giugno 2009

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- Recensione U. Tenuta - Frilli combinaguai e Frilli e il temporale

- Compiti da fare in vacanza, giocando di Stefania Bigi

- Recensione U. Tenuta - Alice nel mondo dei numeri

- Recensione U. Tenuta - Alice nel paese delle lettere

- L'importanza del nome di Stefania Bigi

- Conflitto cognitivo e condivisione della conoscenza di Stefania Bigi

Corriere della Sera

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Serata Rotary

 

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PSICOLOGIA, PEDAGOGIA E DIDATTICA

NOME - L'IMPORTANZA DEL NOME
di Stefania Bigi

Leggere per arricchire il lessico

“Credo che tutto ha avuto inizio con… una persona di nome… […].
Beh, preferisco non nominarlo, se posso. Tutti preferiscono, tutti. […]
Il suo nome era…”. Hagrid prese fiato ma non gli uscì una parola di bocca.
“Puoi scriverlo?”. “No, non so scriverlo.
E va bene: Voldemort, ma non farmelo ripetere”.
(
Rowling J. K., Harry Potter e la pietra filosofale) (1)

Dare un nome alle cose: ecco come inizia il percorso verso la conoscenza.
Il nome è identità. La prima cosa che fa una coppia quando scopre di essere in attesa di un bambino è cercare un nome da dargli. Il nome è così importante che esistono manuali con elenchi di nomi, con tanto di significato, derivazione e dati caratteriali riferibili ad esso. Dare un nome ad un individuo significa dargli un’identità, distinguerlo da tutti gli altri, attribuirgli caratteristiche e qualità che lo rendano unico e irripetibile, diverso da tutti gli altri. Quando questa individuazione diventa ancora più marcata, questa persona acquisisce addirittura un soprannome, un appellativo ancora più unico e distintivo, per evitare confusioni e omonimie.
Il nome è così importante nell’individuazione di un essere che viene attribuito anche agli animali, quando questi diventano oggetto d’affezione. Nel bellissimo film “A colazione da Tiffany”, la protagonista tiene in casa un gatto, gli offre riparo, cibo, cura e affetto, ma si rifiuta di dargli un nome: non sa se resterà in quel luogo a lungo, non vuole legarsi all’animale, vuole lasciarlo indistinto, libero di crearsi nuove vite, nuove identità. Ma quell’animale, finché resta solo “gatto” non è nessuno, tant’è che la donna lo abbandona gettandolo per strada sotto una pioggia battente. Solo quando lei capisce che quello è il suo gatto, con le sue caratteristiche, la sua storia, i suoi limiti e i suoi pregi, i suoi legami, torna a cercarlo e gli dona un’identità.
“Non si conoscono che le cose che si addomesticano […]Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo”, disse la volpe al piccolo Principe di A. De Saint-Exupéry(1).
Dare un nome alle cose, conoscerle significa padroneggiarle con il pensiero.
Secondo J. Piaget(2), “il pensiero precede il linguaggio”: quando il pensiero del bambino possiede un concetto, un simbolo, allora è in grado di parlarne. Secondo questo punto di vista, è necessario attendere che il livello di maturazione cognitiva del bambino sia adeguato, prima di presentargli un nuovo concetto e tutta la terminologia ad esso relativa.
Di tutt’altro avviso è lo studioso russo L.S. Vygotskij(3), che sostiene che il processo sia inverso: grazie al linguaggio, che si sviluppa nell’interazione con l’altro-da-sé, il bambino conosce, nomina e quindi arriva a pensare. Le teorie di Vygotskij sono state approfondite notevolmente in questi ultimi decenni e diversi studi hanno mostrato che quanto più un soggetto viene posto in condizione di interagire con altri ed entrare in contatto con parole e concetti, anche superiori al suo livello di sviluppo cognitivo attuale, tanto più il suo pensiero si evolve: il linguaggio, perciò, precede il pensiero e ne favorisce l’evoluzione.
Il linguaggio si sviluppa e si arricchisce non solo attraverso l’interazione con il gruppo dei pari o con l’adulto-mediatore di conoscenza -vedi i numerosi studi sul conflitto cognitivo, ad esempio di C. Pontecorvo(4)- , ma anche attraverso il contatto con la lingua scritta.
La lingua scritta presenta caratteristiche peculiari che la distinguono dal linguaggio orale.
Innanzitutto è costruita, pensata, non immediata: il pensiero non fluisce in modo spontaneo, attraverso connessioni estemporanee nate dall’interazione tra gli interlocutori, ma è meditato, ordinato, costruito attraverso una “scaletta di argomenti”, una struttura ben precisa.
In secondo luogo, nel messaggio scritto manca la condivisione del contesto, perciò l’emittente non può permettersi di sfruttare gli aspetti prosodici del linguaggio, né l’insieme delle conoscenze condivise tra gli interlocutori.
In terzo luogo la scelta delle parole è più ponderata: non avendo un feedback dal destinatario del messaggio, lo scrittore deve andare alla ricerca della chiarezza e dell’appropriatezza nella scelta linguistica.
È proprio questa scelta accurata delle parole che può trasformare il libro in un potente mezzo di arricchimento lessicale per il bambino.
Un buon libro per bambini dev’essere ricco di parole. Il bambino, leggendo o ascoltando una storia, deve entrare in contatto con termini nuovi, appropriati al contenuto del testo, non banali. Un libro troppo semplice, che contenga un numero limitato di vocaboli, che giochi solo sui termini già noti alla maggior parte dei bambini, potrà certamente far trascorrere momenti piacevoli di lettura, ma non servirà ad arricchire il loro “vocabolario” personale. Purtroppo il mondo della letteratura infantile è ricchissimo di testi di questo tipo: storie banali, povere, dove tutto si risolve in frasi nucleari costruite con l’utilizzo di una ristretta gamma di sostantivi, aggettivi e azioni, dove la giornata è sempre “bella”, il cielo “sereno”, il protagonista “buono” e l’antagonista “cattivo”…. Entrando in contatto con un numero ristretto di parole, il pensiero del bambino resterà povero.
Lo studioso americano B. Bernstein(5), analizzando le cause dell’insuccesso scolastico e nel mondo del lavoro, ha scoperto che i bambini e gli adulti che possiedono un codice linguistico ristretto, cioè conoscono pochi vocaboli, hanno una capacità di pensiero ridotta, una comunicazione scarsa e poco chiara, incontrano difficoltà nel comprendere, padroneggiare, comunicare le proprie esperienze, i sentimenti, le emozioni. La loro comunicazione è tutta improntata sul qui e ora, sul racconto di ciò che si è fatto, visto, mangiato. Non c’è analisi, non c’è riflessione, non c’è progettualità. Viceversa, i bambini e gli adulti con un codice linguistico allargato, elaborano le esperienze vissute, sono in grado di compiere processi mentali di astrazione, generalizzazione, ipotesi, sono capaci di fare progetti, sognare obiettivi raggiungibili, approfondire argomenti…, insomma, hanno più successo a scuola, sul lavoro, nella vita.
Dare un nome alle cose per poterle pensare. Pensare alle cose per conoscerle. Conoscere per padroneggiare.
Più un buon libro arricchisce il vocabolario personale del bambino, più lo rende in grado di pensare e approfondire le sue conoscenze. Un termine nuovo fornisce un concetto nuovo. Poiché ogni concetto è legato ad altri, impadronendosi di un nuovo termine il bambino diventa capace di creare nuovi collegamenti e nuovi apprendimenti.
Chiediamo ad un bambino che cosa succede in inverno: quasi sicuramente risponderà: “Nevica”, anche se vive in una zona dove non nevica quasi mai e, quando succede, il tutto si risolve in una spruzzatina che si scioglie nell’arco di una giornata. Se gli chiediamo che cos’altro può capitare, difficilmente saprà risponderci: in tutti i film, cartoni animati, libri per bambini, se è inverno, nevica. Se, però, il bambino entrerà in contatto con un buon libro che rompe il topos “inverno uguale neve” e gli mostra un campo dopo una gelata, con i fili d’erba, gli arbusti, le siepi e gli alberi ricoperti di galaverna, con le linee intrecciate delle ragnatele decorate da lucenti cristalli di brina, allora egli sarà in grado di guardare le fredde giornate invernali con occhi più consapevoli, saprà pensare la galaverna, parlare di essa, stupirsi di fronte ai suoi pizzi e merletti, insomma, la sua esperienza sarà più ricca e la sua capacità di pensiero sarà maggiore.
Dare un nome alle cose per pensarle, conoscerle, padroneggiarle. Padroneggiare la cose per non averne paura.
Ciò che non si conosce spaventa. Lo scricchiolio del legno dei mobili nel buio della camera da letto non terrorizza più il bambino che ne conosce la causa e la provenienza. Quell’essere lucido e nero, con due fari gialli che brillano nel buio, con i denti aguzzi, con quel suono stridulo, acuto, con gli artigli ricurvi e appuntiti, sarà molto meno pericoloso quando il bambino gli avrà dato il nome di “gattino” e, in quanto tale, l’avrà riconosciuto come piccolo felino domestico ricoperto di morbido pelo liscio, con occhi che vedono anche in condizioni di poca luce….
Anche le emozioni sperimentate dal bambino senza che egli sappia dar loro un nome possono spaventare: “perché mi batte forte il cuore, respiro più velocemente, la mia faccia è tutta rossa, vorrei spaccare tutto? Oddio, mi sento male… oppure sono solo arrabbiato?”. Conoscere la rabbia, la gelosia, l’invidia… significa riconoscerle su di sé e sull’altro, tenerle sotto controllo, canalizzarle in manifestazioni socialmente accettabili, affrontarle, senza esserne sopraffatti. Uno strumento perfetto per accostare il bambino al vastissimo mondo dei sentimenti e delle emozioni è la lettura delle fiabe: la proiezione in un mondo-altro, in personaggi inventati e lontani dalla realtà, permette di avvicinarsi anche ai sentimenti più negativi con l’adeguato distacco, per conoscere senza correre pericoli reali.
In conclusione, la lettura, fin dalla prima infanzia, aiuta il bambino ad arricchire il suo lessico, a dare un nome alle cose, alle persone, alle emozioni, ai sentimenti. Denominare le cose spinge il bambino ad attribuire loro caratteristiche e qualità, ad approfondire le sue nozioni su di esse. Accrescere la conoscenza consente al bambino di “passare dal suo livello di sviluppo attuale al suo livello di sviluppo potenziale” (Vygotskij), di parlare, riflettere, comunicare, interrogarsi, di sviluppare interessi e curiosità che può approfondire. Conoscere permette al bambino di gestire, controllare, utilizzare i concetti per costruire nuovi concetti, padroneggiarlie non avere paura.
Ron trattenne il fiato.
“Che cosa c’è?”
“Hai pronunciato il nome di Tu-Sai-Chi!” disse Ron con l’aria sconvolta e colpita a un tempo. “Averi creduto che proprio tu, fra tutti…”
“Non sto cercando di fare il coraggioso o cose del genere, pronunciando quel nome” rispose Harry. “Il fatto è che io, semplicemente, non sapevo che non si dovesse fare” […]
“Signore?” disse Harry. “Stavo pensando… Ehm, anche se la Pietra non c’è più, Vol… voglio dire, Lei-Sa-Chi…”
“Chiamalo pure Voldemort, Harry. Bisogna sempre chiamare le cose con il loro nome. La paura del nome non fa che aumentare la paura della cosa stessa”(J. K. Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale
(6)).

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(1) A. De Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, Tascabili Bompiani, Milano, 1995.
(2) J. Piaget, La psychologie de l’enfant, Presses Universitaires de France, Paris, 1966
(3) L.S. Vygotskij, Pensiero e linguaggio, Biblioteca Universale Laterza,Bari, 1990.
(4) C. Pontecorvo (a cura di), La condivisione della conoscenza, La Nuova Italia, Firenze, 1993.
(5) B. Bernstein, Elaborated and restricted codes, in A.G. Smith (a cura di), Communication and culture, Holt, Rinehart & Winston, New York, 1966.
(6) J. K. Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale, Salani Editore, Firenze, 1998

23 gennaio 2008

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